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Ciao, mi chiamo Elisa, ho 19 anni e sono di Bergamo.
Da febbraio 2025 sono in Tanzania come volontaria, tramite l’ONG internazionale ICYE.
Per 4 mesi ho vissuto in un orfanotrofio, in un villaggio rurale piuttosto remoto del distretto di Morogoro, a 2 ore di macchina dalla città. Il centro, aperto e gestito dall’organizzazione no-profit “Erick Memorial Foundation For Education and Rehabilitation for Disabled” (EMFERD), accoglie bambini con disabilità e ragazze provenienti da famiglie molto povere o con membri disabili in famiglia.
La fondatrice di EMFERD è una signora di 77 anni, di nome Josephine Bakhita, che ha perso il suo unico figlio a causa delle sue disabilità, fisiche e mentali.
Dopo la morte del figlio Erick, nel 2011, Josephine ha fondato l’organizzazione proprio in suo onore, con l’obbiettivo di supportare giovani e bambini con disabilità nei bisogni della vita quotidiana, offrendo loro un’assicurazione sanitaria e un’istruzione. Ad oggi EMFERD gestisce 2 orfanotrofi, uno nella città di Morogoro, e uno nel villaggio di Mvomero, che contano in tutto 53 giovani residenti.
Il centro nel quale ho vissuto per quattro mesi accoglie attualmente 28 giovani di età, necessità e storie diverse, ma tutti accomunati dal bisogno di sentirsi amati e rispettati.
Dieci di loro sono bambini disabili rifiutati dalle famiglie o allontanati da esse perché ritenute non in grado di crescere i propri figli nel modo adeguato.
Le altre 18 sono giovani ragazze che se non fossero state accolte e supportate da EMFERD avrebbero concluso la scuola primaria, per poi sposarsi in tenera età, per la scarsa disponibilità economica delle famiglie.
Tutte le spese per sostenere i ragazzi nell’educazione e nei bisogni primari (come cibo e sanità) sono possibili solo grazie a donazioni di benefattori e al lavoro degli stessi ragazzi, che, tutti i giorni dopo la scuola, si cimentano in attività diverse, che contribuiscono al sostentamento della piccola comunità che vive il centro. Alcune tra queste:
- il lavoro nei campi, dove coltivano mais, girasoli per l’olio e fagioli;
- la raccolta di legna per cucinare nelle zone boschive circostanti il centro;
- l’allevamento di maiali e polli per la vendita.
In Tanzania, la disabilità rappresenta ancora un grande taboo: qualcosa che non si conosce e non si sa gestire, e uno degli obbiettivi di EMFERD è proprio quello di sensibilizzare la popolazione su questo tema. Nel paese, e specialmente nei piccoli villaggi come Mvomero, le persone con disabilità sono numerosissime, a causa dell’arretratezza del sistema sanitario e dei molti incesti, e sono per lo più emarginate e discriminate dalla comunità.
Ho potuto vedere e toccare con mano questa realtà, perché tutte le settimane visitavo, insieme a un fisioterapista in pensione, le famiglie con membri disabili o malati nei villaggi circostanti l’orfanotrofio. Portavamo loro viveri, consigli medici e medicine. Farli sentire amati e supportati, a livello economico e medico, ma soprattutto a livello emotivo, per noi era la cosa più importante.
Se c’è una cosa che ho capito qui, è che la vita non è mai scontata e, purtroppo, quando è così difficile che per mangiare un piatto di polenta al giorno devi faticare tutta la vita nei campi, anche l’amore per un figlio disabile, scontato non è.
Qui lo stato non dà alcun tipo di supporto alle persone con disabilità e la sanità non è pubblica: per poter ricevere qualsiasi tipo di cura bisogna avere un’assicurazione, che però, naturalmente, è proporzionata al bisogno del paziente. Le famiglie con figli disabili, si ritrovano dunque a dover pagare somme esorbitanti per la vita che conducono, per poter aiutare i propri figli a vivere in modo dignitoso.
Tante delle persone che visitavo settimanalmente non possono uscire dalle loro buie case fatte di terra, perché non possono camminare e non hanno i soldi per permettersi una sedia a rotelle. Altre sono state rifiutate dagli ospedali, anche in possesso di un’assicurazione, perché considerate “dei casi persi”, e altre famiglie ancora semplicemente guardano i propri figli morire lentamente davanti ai loro occhi perché devono scegliere se dare da mangiare agli altri 7 figli o pagare le cure al figlio disabile.
In questo mondo così crudo e difficile c’è anche chi però si batte perché i diritti del proprio figlio vengano rispettati ed è disposto a fare chilometri di strada a piedi pur di portare il proprio figlio a fare fisioterapia. Questo è il caso di alcune mamme, che tutti i mercoledì portano i propri figli, legati sulla schiena, nel centro di Mvomero, dove EMFERD offre un servizio di fisioterapia gratuita per le famiglie dei villaggi vicini.
Attualmente 7 bambini usufruiscono del servizio, ma purtroppo le condizioni in cui si svolge la fisioterapia non sono delle migliori. La stanza dedicata è piuttosto piccola e si trova tra il dormitorio dei ragazzi e il pollaio. È spesso usata anche come deposito per le scorte di mais e farina.
Le apparecchiature che il fisioterapista ha a disposizione per operare sono per lo più artigianali e per questo non adeguate e non sufficienti, e il contribuito economico che l’organizzazione riesce a garantire al fisioterapista è davvero misero, a causa degli scarsi fondi.
Grazie ad alcuni soldi che ho raccolto con l’aiuto della mia famiglia e dei miei amici prima di partire, sono riuscita a finanziare la costruzione di una nuova struttura del centro, da dedicare interamente alla fisioterapia e 3 settimane fa sono iniziati i lavori di costruzione.
I soldi che fino ad adesso sono stati devoluti per la struttura sono abbastanza solo perché essa si completi a livello strutturale, non a livello di impianti e non sono sufficienti per comprare nuove apparecchiature. Spero anche di riuscire a raccogliere abbastanza soldi per poter comprare delle sedie a rotelle per i ragazzi troppo grandi per poter essere portati di peso dalle proprie mamme, che per questo non riescono a raggiungere EMFERD e quindi usufruire del servizio.
Non è stato facile per me capire dove e come indirizzare i miei risparmi e i soldi raccolti prima di partire, perché qui i bisogni sono tantissimi e ogni volta sembra che ogni sforzo non sia abbastanza. Ma se con questo progetto riuscirò a migliorare anche solo la vita di una di queste persone, per me sarà un traguardo bellissimo.
Se siete arrivati a leggere fino a qui vi ringrazio tanto per il vostro tempo.
Spero che la storia di questa realtà possa trovare voce attraverso tutti voi e il mio obbiettivo possa diventare un traguardo di tutti.
Tutti sogniamo un mondo migliore, forse è ora di renderci conto che il mondo lo facciamo noi.
Grazie di cuore,
Elisa






