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Mi chiamo Raffaella e sto vivendo una battaglia che nessuna donna dovrebbe affrontare: non solo i miei figli ed io siamo vittime di violenza da parte del mio ex marito, ma oggi mi trovo a subire anche quella forma di ingiustizia che viene definita vittimizzazione secondaria — quando le istituzioni, invece di proteggerti, finiscono per ferirti di nuovo.
Uno degli aspetti più dolorosi della vittimizzazione secondaria riguarda proprio il modo in cui spesso vengono trattate le madri nei tribunali. Quando una donna denuncia violenza e chiede protezione per sé e per i propri figli, quel diritto fondamentale viene talvolta interpretato non come legittima tutela, ma come “conflittualità genitoriale”. E invece di essere ascoltata e sostenuta, la madre spesso punita addirittura con la sospensione della responsabilità genitoriale o con addirittura la sottrazione dei figli.
Questa distorsione è una ferita profonda, che colpisce non solo le donne, ma anche i loro bambini che dopo esser stati vittime vi violenza assistita diretta perpetuata da parte del genitore abusante, diventano vittime di violenza assistita indiretta perpetuata dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto tutelarli.
Tutto ciò è quanto io e i miei figli abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo. Negli ultimi anni ho combattuto con tutte le mie forze, ma le conseguenze psicologiche e fisiche sono state enormi: ho sviluppato forti attacchi di panico e un profondo senso di impotenza, perché mi sono trovata sola davanti a un sistema che avrebbe dovuto tutelarmi e che invece troppo spesso mi ha chiuso la bocca negando o ostacolando il mio diritto alla difesa. Per non parlare delle conseguenze economiche disastrose che mi hanno portato ad indebitarmi per garantirmi difesa.
La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, stabilisce chiaramente che ogni donna ha diritto a essere protetta, ascoltata e creduta. Io sto cercando di far valere questi diritti, anche portando la mia storia davanti alle sedi competenti europee. Voglio che ciò che mi è accaduto non resti in silenzio. Voglio giustizia, non solo per me, ma per tutte le donne che ogni giorno vivono situazioni simili e non hanno voce e alle quali troppo spesso i figli vengono addirittura strappati.
Purtroppo, però, ottenere giustizia ha un costo che oggi non posso più sostenere da sola: spese legali, consulenze, documentazione, ricorsi.
Per questo ho deciso, con grande fatica ma anche con grande speranza, di mettere da parte il mio orgoglio ed aprirmi pubblicamente e chiedere il vostro aiuto.
Il vostro sostegno economico mi permetterà di:
• avviare le procedure legali necessarie per far valere i miei diritti
• presentare il mio caso alle istituzioni competenti europee
• ottenere una difesa competente e indipendente
• tutelare la mia salute e la mia sicurezza
La mia, soprattutto, non è solo una battaglia personale. È la voce di molte donne che non possono parlare, che vengono giudicate per aver denunciato, che vengono rivittimizzate proprio da chi dovrebbe proteggerle. Voglio porre legislazione affinché la sentenza di una sola donna diventi la base a cui appoggiarsi per la giustizia di tutte le altre!
Ogni contributo — grande o piccolo — rappresenta per me un gesto di enorme valore: significa dirmi “non sei sola”.
Significa credere in un principio fondamentale: la giustizia deve essere accessibile a tutti, non solo a chi può permettersela!
Se sceglierai di sostenermi, ti ringrazio di cuore.
Se non potrai farlo, ti chiedo comunque di condividere questa campagna: perché anche far circolare la mia storia significa aiutarmi.
La mia battaglia non è solo personale.
È una battaglia per la dignità, per i diritti umani, per il rispetto delle donne.
Grazie per ogni raggio di luce che vorrai donarmi.

