Aiuto urgente per Orzoro un senza tetto di Catanzaro

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Aiuto urgente per Orzoro un senza tetto di Catanzaro

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C’era una panchina, ai giardini di Catanzaro, che tutti conoscevano. Non perché fosse speciale, ma perché lì sedeva sempre Aldo.
Nessuno lo chiamava così, però. Per tutti era Orzoro.

Orzoro di Catanzaro.

Nessuno sapeva bene da dove venisse quel soprannome. Qualcuno diceva fosse per via della barba lunga e dorata dal sole e dal vento, altri perché, quando parlava, lo faceva con una dolcezza antica, quasi contadina. Ma il nome era rimasto, e con il tempo aveva sostituito tutto il resto.

Aldo viveva con poco.
Anzi, con quasi niente.

Un giaccone troppo grande per lui, un sacco a pelo consumato e una borsa di tela dove teneva le poche cose che possedeva: una foto sbiadita, un rosario, e un vecchio libro senza copertina.

Chi lo incontrava per strada poteva pensare fosse uno dei tanti invisibili della città. Uno di quelli che la gente guarda appena e poi dimentica subito. Ma chi si fermava anche solo cinque minuti con lui scopriva una cosa strana.

Aldo era una delle persone più buone che si potessero incontrare.

Se qualcuno gli lasciava due euro, spesso lui li usava per comprare un panino…
non per sé.

Per i cani randagi che giravano vicino al mercato.

Se vedeva una persona più disperata di lui, gli cedeva il posto sulla panchina o divideva quel poco che aveva. Una volta un ragazzo gli chiese una sigaretta. Aldo non fumava, ma tirò fuori l’unica moneta che aveva in tasca e disse:

— Vai a prendertele. Io oggi sto bene così.

E sorrideva sempre.
Un sorriso stanco, ma vero.

Poi, con il tempo, alcuni iniziarono a notare che qualcosa non andava.

Aldo tossiva spesso.
Una tosse profonda, che sembrava uscire da molto lontano dentro il petto.

A volte si piegava leggermente in avanti, come se il dolore arrivasse all’improvviso. Quando qualcuno gli chiedeva se stesse male, lui faceva spallucce.

— È niente… passa.

Ma non passava.

Una sera di inverno, il freddo era così forte che il mare sembrava fermo. Aldo era seduto sulla solita panchina. Un ragazzo che lavorava in un bar vicino gli portò una tazza di tè caldo.

Aldo la prese con le mani tremanti.

— Grazie, figlio mio.

Il ragazzo lo guardò meglio.
Gli occhi di Aldo erano lucidi, ma non per il freddo.

— Orzoro… devi andare da un medico.

Lui abbassò lo sguardo.

— Lo so.

Silenzio.

Poi disse piano:

— Ma per curare certe cose servono soldi… e io non ne ho mai avuti abbastanza neanche per vivere.

Non lo disse con rabbia.
Solo con una stanchezza infinita.

Quella notte Aldo rimase a lungo seduto a guardare il mare. Ogni tanto accarezzava la foto che teneva nella tasca interna del giaccone. Era una foto vecchia: una bambina che rideva.

Nessuno sapeva chi fosse.

Quando qualcuno gli chiedeva della sua vita, lui cambiava sempre discorso. Ma una volta disse solo una frase:

— Ho perso tutto… ma non voglio perdere la bontà.

Continuava a dire grazie.
Continuava a dire prego.
Continuava a dividere il poco che aveva.

Eppure, sotto quel giaccone troppo grande, c’è un uomo malato che avrebbe solo bisogno di una cosa semplice:

una mano tesa.

Perché a volte basta poco per cambiare il destino di qualcuno.

E magari, da qualche parte, Aldo è ancora su quella panchina.

Con la barba spettinata dal vento del mare.

Con il suo sorriso gentile.

Aspettando che qualcuno si accorga che anche i cuori più buoni, a volte, hanno bisogno di essere salvati e noi possiamo salvarlo !!!

Organizer

Giorgio Gigliotti
Organizer
Catanzaro, CI

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